Ricordo di Daniele

Lo sguardo fermo che sapeva però commuoversi per i gesti più semplici. La barba ispida, segno di saggezza e forza. La generosità mai messa in dubbio. Il senso forte dell’amicizia. L’inseparabile sigaretta e il caffè corto senza zucchero. Il parlare chiaro. Il cuore grande. L’amore per la famiglia, sempre nei pensieri. Il gusto per il bel vivere, il buon vino e il buon cibo. Il gusto per la provocazione e l’onestà. L’essere insieme avversario e amico. Nel panorama dei direttori sportivi della categoria dilettanti – di quelli fieri di esserlo e mai richiamati (ma certo tentato) dal salto al professionismo – Daniele Tortoli è stato per tutta la sua storia un’eccezione di competenza e stile. Carisma naturale. Un riferimento, senza avere mai fatto nulla per esserlo.Andava alle corse con la cravatta e già per questo era un’eccezione. Lui lo sapeva e probabilmente lo faceva per questo: distinguersi, fare un passo in avanti e un altro di lato rispetto agli altri tecnici, cui tributava la massima stima, ma rispetto ai quali rivendicava un suo stile diverso e fiero. Perché Daniele doveva difendersi dal non essere stato un corridore: aspetto non di poco conto in un ambiente avvezzo a parlare la stessa lingua e riconoscere chi avesse lo stesso sangue, chiudendo la porta agli altri. Tortoli, che è nato il 23 febbraio del 1955, tecnico lo diventa per davvero nel 1976 a ventuno anni nella categoria degli esordienti e poi degli allievi, per stare dietro a suo fratello Giovanni, di cinque anni più giovane, che si è messo in mente di fare il corridore e ne diviene la cavia consapevole. «Le salite a tutta – ricorda il più giovane dei fratelli – le volate e le gambe in alto per riposare. Una volta da esordiente, a Lunata di Pescia, mi chiese di fare tutta la volata in piedi. Io partii ai 500 metri e mi ritrovai in mezzo alla strada con le gambe “incriccate”. Erano anni belli, in cui si sperimentava e si prendevano appunti. Si poteva ancora inventare, ma mi rendo conto che stiamo parlando di un ciclismo ormai lontano…». La passione per la musica e la convinzione che studiando si possa raggiungere qualsiasi obiettivo, Daniele si dedica allo sport studiando ed elaborando le esperienze quotidiane dei ragazzi, con la sua intelligenza arguta e vivace, assommando in breve una interessante esperienza che che 1978 lo porta a salire di livello, prendendo la guida del Gs Piegentili-Serre Berneschi fra gli juniores. Il salto di qualità vero lo fa però nel 1985 con il Gs Bottegone, una delle squadre che fino a quel momento ha scritto la storia del ciclismo toscano, in cui nel 1986 arriva un cronoman lucchese di nome Mario Cipollini, già iridato nella 70 Chilometri juniores del 1985. La loro storia si intreccia in un rapporto in certi casi fraterno, in altri tra padre e figlio, in altri ancora fra maestro e allievo, con l’affetto per il corridore e insieme la frusta per guidarne e mai frenarne l’esuberanza. Gli aneddoti si rincorrono. Dalla scazzottata con Abdujaparov alla Settimana Bergamasca, fino a quella volta sul Trasimeno, quando Mario in fuga si avvicina all’ammiraglia e inizia a chiedergli in modo plateale del cotone. E mentre i compagni di fuga già pensano che ne abbia bisogno pr qualche problema, Mario li gela dicendo proprio al suo tecnico che gli serve per impedire alla tanta forza di cui dispone di uscire dalle orecchie. Il lucchese vince la corsa ed esce dal dilettantismo annunciato da squilli di tromba. E’ proprio lui l’occasione più concreta per Daniele di arrivare al professionismo: Cipollini infatti subordina il suo contratto con la Del Tongo alla firma di Tortoli come tecnico. La Del Tongo accetta, ma lui per una volta vacilla. Riconosce la lusinga del nuovo ambiente, ma insieme sente di voler rimanere libero e non soggetto alle logiche degli sponsor. Così alla fine rifiuta, preferendo continuare a crescere tra i dilettanti. Nel 1989 è alla Monsummanese. Dal 1990 al 1992 torna alla Bottegone Ip. Gli devono tanto corridori come Bartoli, Fornaciari e Scinto. E proprio per tutelare Bartoli, Tortoli è il primo direttore sportivo del ciclismo a essere esonerato durante la stagione. Avviene nel 1992, alla metà di giugno. Si va verso le Olimpiadi di Barcellona e Bartoli non è andato al Giro d’Italia, poi vinto da Pantani, per non compromettere la preparazione. Daniele rispetta i suoi atleti e gli organizzatori e mai accetterebbe di chiedere troppo a un ragazzo o di schierarlo in corsa sapendo di farlo ritirare di lì a poco. Litiga con il presidente Renzo Bardelli e la spunta. Ma quando il cittì Zenoni dirama le convocazioni e il pisano non è nella rappresentativa olimpica azzurra, Bardelli lo chiama e lo esonera, quasi che la presenza di Bartoli fosse dovuta e l’esclusione sia colpa del suo direttore sportivo. Nel 1989 è alla Monsummanese. Dal 1990 al 1992 torna alla Bottegone Ip. Gli devono tanto corridori come Bartoli, Fornaciari e Scinto. E proprio per tutelare Bartoli, Tortoli è il primo direttore sportivo del ciclismo a essere esonerato durante la stagione. Avviene nel 1992, alla metà di giugno. Si va verso le Olimpiadi di Barcellona e Bartoli non è andato al Giro d’Italia, poi vinto da Pantani, per non compromettere la preparazione. Daniele rispetta i suoi atleti e gli organizzatori e mai accetterebbe di chiedere troppo a un ragazzo o di schierarlo in corsa sapendo di farlo ritirare di lì a poco. Litiga con il presidente Renzo Bardelli e la spunta. Ma quando il cittì Zenoni dirama le convocazioni e il pisano non è nella rappresentativa olimpica azzurra, Bardelli lo chiama e lo esonera, quasi che la presenza di Bartoli fosse dovuta e l’esclusione sia colpa del suo direttore sportivo. E’ uno dei momenti di svolta, che gli fa male e lo indurisce. Accetta di trascorrere il 1993 come vice del nuovo cittì Fusi alla guida della nazionale, che a Oslo conquista l’oro nella Cento Chilometri, poi per un anno va alla Grassi Mapei, salvo tornare nel 1995-96 alla nazionale dei dilettanti, ancora accanto a Fusi. Ai mondiali di Colombia, gli azzurri, che hanno in Fusi il feroce programmatore e in Tortoli il consigliere e lo psicologo, centrano l’argento con Sgnaolin, mentre a Lugano nel 1996 piazzano quattro azzurri ai primi quattro posti e due ai primi due della crono. L’avventura azzurra si conclude così e lo lancia verso una carriera da primo della classe. La Filati Alessandra di Cariulo, Mansueto e Quercioli nel 1997-98. La Casini-Vellutex con Giordani nel 1999 del titolo mondiale e Tiralongo. Il Team Casprini dal 2000 al 2002 con Illiano, D’Aniello, Torosantucci, Failli e Visconti. Di nuovo la Grassi dal 2002 al 2005, con corridori come Kuchynski, Mori, Zampilli, Coletta, Riccò e Bindi. Piuttosto che elencare i nomi dei corridori che hanno corso con lui, vale la pena sottolineare i suoi insegnamenti. «Non stava lì a fare lezioni su rapporti e ruote – ricorda Giacomo Cariulo – ma aveva una visione di corsa diversa da tutti. Daniele è stato la persona che ha più influito sulla mia crescita. E questo è stupefacente, perché raramente un tecnico può incidere come e più di un genitore. Mi ha insegnato che prima di essere atleti, tecnici, giudici di gara siamo tutti degli uomini. Per questo era capace di fare la guerra vera alle altre ammiraglie, ma poi organizzava le sue celebri cene con gli altri tecnici. Nella mia vita professionale è rimasto tantissimo del suo esempio, dalla gestione dei rapporti con i clienti, fino a capire dove vogliono arrivare le persone, perché Daniele era soprattutto un grande psicologo. «Proprio per questo sapeva vedere la corsa e dirti cosa sarebbe successo. Sapeva distinguere gli errori importanti da quelli ininfluenti. E poi sapeva darci una motivazione fortissima. Non è mai stato un carabiniere per gli allenamenti, ma ci faceva desiderare così tanto l’appuntamento cui puntavamo, andavamo in bici volentieri…». E’ passato con grandissima dignità e prudenza negli anni più scomodi del ciclismo. Poi, probabilmente alla scoperta del male che se l’è portato via, ha scelto di fare tabula rasa di ogni abitudine superata dal giudizio del tempo e della morale e ha cominciato a lavorare sui giovani, cercando di farne degli uomini e riuscendo mirabilmente nell’opera, consegnando al professionismo un campioncino come Davide Formolo, passato, grazie a lui, dalla dimensione del ragazzino, forse viziato, a quella dell’uomo umile, ma agonisticamente cattivo e sicuro di sé. Quel che Daniele lascia è il suo esempio di lottatore contro un destino più grande e cattivo di lui. Ha fatto di tutto per non arrendersi. Ci ha insegnato quanto sia importante fissarsi degli obiettivi e lavorare per conseguirli, superando in nome di questi ogni ostacolo. Non si è mai pianto addosso e soltanto a pochi amici confidava di tanto in tanto lo sconforto davanti a un avversario che continuava a farsi sotto, nonostante i suoi tentativi di staccarlo. Se ne è andato in un inatteso giorno d’estate, due giorni dopo il Giro del Casentino e mentre altri dei suoi ragazzi lottavano sulle strade torride del Tour de France. Si è arreso quando tutti pensavamo che fosse davvero immortale, ma in fondo Daniele non se ne è mai andato. Se l’hai conosciuto e ti ha voluto bene, se lo hai guardato negli occhi e lo hai lasciato guardare nei tuoi, la sensazione di averlo ancora vicino ti accompagnerà per sempre.

Enzo Vicennati